Scrivendo durante il regno degli imperatori Traiano e Adriano, Giovenale si rifà alla leggenda romana e alla storia delle precedenti dinastie imperiali come mezzo per analizzare gli sconvolgimenti culturali nella Roma dei suoi tempi. Stranieri di cattivo gusto, nuovi ricchi, donne che non sanno stare al loro posto, imperatori assetati di sangue, persino pazzi, e le loro (spesso peggiori) mogli si confrontano con il lettore ad ogni angolo, insieme a cattivi poeti, aristocratici corrotti, gladiatori, prostitute, falsi filosofi, uomini tristi della strada e schiavi. La poesia di Giovenale ha dato il tono, e spesso gli argomenti, ai satirici nel corso dei secoli della letteratura europea. Nelle sue sedici satire in versi, Giovenale presenta oratori che denunciano il crollo dei valori romani tradizionali e lo status degli uomini romani mentre si confrontano con stranieri emergenti, donne subdole e devianti, traditori di classe, il potere della famiglia imperiale e persino il corpo stesso. L'autore satirico castiga il vizio e l'immoralità anche se si diverte a descriverli. Questo libro individua gli obiettivi di Giovenale tra le matrici di nascita, ricchezza, classe, genere ed etnia e attraversa attentamente alcune delle sue vignette più sorprendenti per mostrare non solo cosa, ma come, fa satira. Inoltre, l'analisi mostra che i ritratti di Giovenale a volte sfuggono alla sua presa e, il più delle volte, finisce per minare la voce con cui parla e i valori che afferma di avere a cuore. I singoli capitoli esaminano lo stesso autore satirico, i corpi ribelli, gli aristocratici caduti in disgrazia, le mogli arroganti (anche assassine) e il potere necessario ma corruttore del denaro. La conclusione considera la persistenza sia degli obiettivi che della retorica che li sostiene nel mondo moderno.
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