La storia della crisi missilistica cubana ha raggiunto lo status di mito: il presidente John F. Kennedy rimase sbalordito nell’apprendere che Krusciov, in una palese dimostrazione di avventurismo, aveva messo dei missili a Cuba. Kennedy diede a Krusciov un ultimatum: rimuovere i missili e avere la pace, oppure tenerli e rischiare la guerra. Kruscev fece marcia indietro e Kennedy raggiunse il suo momento migliore. Così va la leggenda. Ma la realtà, raccontata da Robert Smith Thompson, penetra fino al cuore delle nostre illusioni sulla Guerra Fredda e sulla mistica Kennedy. Utilizzando documenti recentemente declassificati, Thompson riesamina le intricate posizioni diplomatiche e le azioni spesso segrete di Stati Uniti, Unione Sovietica e Cuba che hanno portato allo scontro, fornendo le basi per una versione drammaticamente diversa della crisi. Partendo dalla macchina politica senza precedenti - dominata da Joe Kennedy - che spinse JFK alla Casa Bianca, Thompson ricrea il clima di isteria anticomunista, di arroganza politica e di ambizioni dinastiche che pervadevano l'amministrazione Kennedy, in particolare la loro ossessione per la Cuba comunista e Fidel Castro. Quell’ossessione trovò il suo parafulmine quando Kennedy apprese che i sovietici stavano piazzando missili a Cuba; infatti, Thompson presenta prove che suggeriscono che Kennedy fosse a conoscenza dei missili già nel marzo 1962, ben prima dell'avvertimento ufficiale. Inoltre, come continua a sostenere Thompson, sembra che Kennedy stesse pianificando un’invasione su vasta scala di Cuba, prevista per la fine del 1962, dalla quale si ritirò solo quando il potenziale costo in vite americane divenne chiaro. Né la risoluzione della crisi è stata la vittoria assoluta per gli Stati Uniti che è sempre stata dipinta. In trattative segrete, Robert Kennedy promise all’ambasciatore sovietico Dobrynin che gli Stati Uniti non solo avrebbero abbandonato il loro piano di invasione di Cuba, ma avrebbero ritirato i missili Jupiter dalla Turchia. Queste importanti concessioni sottolineano la complessità dei ruoli sovietici e americani nei Caraibi e implicano gli Stati Uniti come il vero aggressore nella crisi. Come l’affascinante resoconto di Thompson ci obbliga a vedere, il momento che presumibilmente segnò l’apice della potenza americana fu in realtà un presagio del suo declino.
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