Biografia
David William Harvey (Gillingham, 31 ottobre 1935) è un geografo, antropologo, sociologo e politologo britannico. Si occupa di geografia, economia politica e geopolitica ed è attualmente professore di antropologia al Graduate Center of the City University of New York. == Biografia == Laureato a Cambridge in geografia, è stato dichiarato il più citato geografo accademico da Andrew Bodman (Transactions of the IBG, 1991, 1992) ed è autore di alcuni dei saggi che più hanno rinnovato la disciplina negli ultimi decenni. Il suo lavoro ha contribuito ad avvicinare la prospettiva della geografia alle scienze politiche e alle scienze etnoantropologiche. Il suo lavoro ha contribuito in larga misura ad innescare un dibattito politico, e in epoca più recente è stato accreditato come colui che ha ripreso le teorie e i metodi marxisti per formulare un ampio ventaglio di critiche al capitalismo globale. Trasferitosi dall'università di Bristol a quella di Baltimora, negli Stati Uniti d'America, indaga la geografia umana e si posiziona nella nuova corrente emergente del "Marxismo geografico", occupandosi di ingiustizie e razzismo. È uno dei fondatori del giornale Antipode, edito presso l'università di Worcester, e dopo essersi occupato della formazione del "ghetto", elabora la creazione di una "teoria rivoluzionaria" valida anche nella pratica. Con l'opera Social Justice and the City (1973), inizia a farsi guidare dal materialismo dialettico, che lo conduce fino ad una delle sue opere principali: Limits to Capital (1982). Dagli anni ottanta si occupa della condizione di vita urbana nella società capitalistica, studiando i conflitti sociali e le differenze di classe che si producono nelle moderne città. Nel 1989 ha scritto La crisi della modernità, uno dei testi fondamentali delle scienze sociali sul Postmodernismo. Secondo lo studioso, esso è l'ideologia del tardo capitalismo, e non dell'epoca della postmodernità. L'autore spiega come dagli anni settanta l'occidente è passato da un modello di produzione fordista verso un modello postfordista, in cui il modo di produzione è dominato da forme di accumulazione flessibili, capaci di integrare, di mettere in rete modi, tempi e luoghi di produzione fra loro molto diversi. Ma per Harvey potrebbe non essere un reale cambiamento di epoca e di paradigma economico, ma una mutazione del capitalismo, che diventa flessibile per sfuggire alla crisi riducendo il costo del lavoro e diminuendo il tempo che intercorre tra investimento e realizzazione del profitto. Il rapporto tra spazio geografico, tempi economici e capitale diviene il focus di riflessione centrale nel pensiero dell'autore. Nel 2003 esce La guerra perpetua, un saggio sul "nuovo imperialismo". L'autore ripercorre il dibattito storiografico sull'imperialismo considerando pregi e difetti delle varie teorie. Quindi analizza la situazione storica contemporanea in parallelo a quella di fine Ottocento, e sulla scia di vari politologi e giornalisti, considera appropriata la